Purtroppo per voi il sito si chiama “Avventure e riflessioni di un’immigrata allo sbaraglio” perciò non scriverò solo di avvenimenti o di fatti realmente accaduti ma anche di teghe mentali che puntualmente mi faccio.
Spesso durante i tour nei miei pensieri mi dico: “adesso vado al computer, lo scrivo e lo pubblico” forse perchè per me questo blog è una sorta di diario. Poi però mi rendo conto che probabilmente nessuno tornerebbe più a leggere, quindi finora mi sono trattenuta alla grande. Oggi però ho quasi il bisogno di una seduta psicoanalitica auto-gestita, per cui riverserò sulla tastiera quello che mi frulla per la testa e vediamo cosa ne esce fuori.
Spero che qualcuno riesca a sopravvivere e ad arrivare alla fine del post e dei labirinti nella mia testa!

ITALIA- NOVEMBRE

E’ autunno inoltrato in Italia. C’è nebbia, i colori cambiano, il cielo diventa sempre più cupo. Ci si copre ogni lembo di pelle, non per nascondere lo sbiadimento ormai completo della tintarella estiva, ma per impedire che il freddo s’impossessi di anima e corpo. Si indossano scarpe impermeabili e se possibile rivestite internamente di un morbido e caldo pelo (sintetico, ovvio, niente peli di animale per cortesia).

La mattina si fa sempre più fatica ad alzarsi. Ci si trascina in doccia mentre fuori è ancora buio pesto. Ci si veste in fretta per non far uscire il calore dell’acqua calda dal proprio corpo e si esce dalla porta di casa. Si maledice la temperatura, si osserva il proprio alito trasformarsi in piccoli fantasmi volanti e si sale in macchina (gelida) o ci si avvia a prendere qualche mezzo di trasporto che molto probabilmente sarà in ritardo per i disagi causati dal maltempo.
I negozi pompano aria calda e puntualmente sei costretto a toglierti almeno metà degli strati che ti ricoprono. Vedi berretti di lana con annesso pon-pon ovunque, para-orecchi di tutti i tipi e sempre più scarpe pelose, alle quali è impossibile resistere. Le punte delle dita dei tuoi piedi ti implorano di comprarle, non perché sono fashion, ma perché sono la loro unica salvezza.
Si mangiano le castagne, magari accompagnate da un po’ di vin brulè. I pranzi e le cene sono sempre più calorici, per riuscire a mettere su qualche chilo di protezione termica.
Iniziano gli addobbi di natale, che in pochi apprezzano veramente. I più sono solamente stufi della solita storia trita e ritrita. Luci colorate, angioletti volanti, alberi di natale al posto dei lampioni. Telegiornali e programmi televisivi invitano a festeggiare il natale in qualche baita, davanti ad un caminetto, con litri di vino rosso.

Questo è l’autunno che ho vissuto da quando sono nata (vin brulè a parte, almeno fino ai 20 anni) e il natale per me è sempre stato associato a tutto questo. E’ anche il periodo che avevo iniziato a non sopportare più: troppo freddo e umido, troppo commerciale, troppo forzato. Avevo smesso di assaporare tutta l’atmosfera dei preparativi. Quando mia mamma accennava al fatto di voler tirare fuori gli addobbi per decorare la casa, sparivo come Harry Potter sotto il mantello dell’invisibilità. Per non parlare delle canzoncine di natale. La gente poi mi urtava i nervi, tutto questo correre in giro a far finta di essere buoni e generosi, a comprare regali per amici o parenti. I primi addobbi per strada mi facevano girare le scatole e il freddo mi rendeva ancora più cinica.

AUSTRALIA – SEMPRE NOVEMBRE

E’ primavera inoltrata in Australia, anzi…sta per iniziare l’estate, esattamente il I° dicembre.
L’aria è calda e il cielo è per lo più sempre sgombro da nuvole. La gente è in giro con la solita anda australiana: rilassata, molto “easy” e “no worries” e naturalmente…in infradito.
Si vedono sempre più pubblicità di impianti di condizionamento e set da giardino. Per non parlare dei barbecue (“barbie” per gli amici). Gli australiani adorano cucinare all’aperto e questo è il momento in cui si ritira fuori tutta l’attrezzatura da esterno.
In macchina devi accendere subito l’aria condizionata, rischio calo di pressione immediato e sudorazione incontrollata. Le spiaggie sono sempre più frequentate così come i parchi.
Fin qui tutto bene. Meraviglioso.
Poi iniziano ad esserci le decorazioni di natale. Ed è qui che inizio ad avere qualche problema.
C’è da premettere che da quando sono arrivata qui due anni fa, ho vissuto in una specie di limbo nascosto nel più profondo degli universi paralleli: non mi sono assolutamente accorta del tempo che è passato. Non facevo caso alla data e solo ogni tanto mi accorgevo di che mese fosse, figuriamoci la stagione. Insomma, ho vissuto due anni in un universo dove lo spazio e il tempo hanno tutto un loro modo di essere. La pazza non sono solo io, Mr Big è nella mia stessa situazione. Questa strana sensazione non mi causa alcun problema, anzi, ben venga che il tempo passi così visto quello che abbiamo vissuto in questi due anni. Ma c’è un momento particolare dell’anno in cui qualcosa mi trascina fuori dal limbo sperduto e mi catapulta nella realtà. Questo qualcosa sono gli addobbi natalizi.

Sembro sempre più pazza, lo so, ma quando inizio a vedere in giro decorazioni sbrilluccicose o alberi di natale inizio ad avere seri problemi. Perché? Perché nonostante abbia ormai saltato 3 autunni europei e vissuto 3 primavere australiane, per me non c’è, non esiste, non è possibile ammettere che esista una correlazione tra: “Novembre/autunno/è quasi natale” con “Novembre/PRIMAVERA/è quasi natale”. Non ce la posso proprio fare.
Ed ecco come nasce la mia sindrome da sfasamento temporale.
Un classico esempio della manifestazione di suddetta sindrome:
Arrivo al mio solito centro commerciale per fare la spesa. Addosso ho gran poco (niente fraintendimenti, please): infradito, shorts e top. C’è un sole accecante, il cielo è blu, anzi…super blu, e fa caldo. Quel bel caldo secco che ti entra nelle ossa e ti fa venire voglia di andare al mare. “Magari dopo”, penso.
Entro nel centro, vengo colpita da un muro d’aria condizionata e la prima cosa che trovo nel mezzo dell’ampio corridoio è un bell’albero di natale ricco di fili luccicanti e palle colorate. Davanti due manichini. In canotta, minigonna e sandali. Il mio passo ben spedito da soldatessa pronta alla guerra (ovvero la spesa) perde consistenza e stabilità. Rallento mentre il mio sguardo è fisso sul quadretto al centro del corridoio. I circuiti nel mio cervello iniziano a saltare. C’è qualcosa che non va: associazione sandali-albero di natale, minigonna-lucine colorate non esiste in nessuna delle mie aree cerebrali.
Cos’è questa roba? Ma che mese è? Dove sono? Ma…non è natale. Non può essere natale, non si festeggia natale se fa caldo. Se si è in infradito. Se si va al mare a fare il bagno. No. Ma è davvero Novembre?

Fortunatamente ne soffro solo per un breve periodo all’anno, esattamente adesso, ma devo ammettere che questa volta la sindrome è un po’ più forte degli anni scorsi. Se ci penso bene è stata una cosa molto progressiva.
Il primo anno, nel 2010, ho pensato che fosse normale essere un po’ sfasata ed ero divertita quando vedevo in giro babbi natali con gli shorts rossi, la canotta e il cappello con il pon-pon bianco. In più eravamo ancora a Sydney e successivamente in viaggio in macchina, avevo altro di cui accorgermi!
Il secondo anno eravamo in piena preparazione per un viaggio in Madagascar, dove abitano i genitori di Mr Big e dove avremmo passato le vacanze di natale. La mia sensazione di sfasamento è stata lieve. Ero presa da mille cose da fare ed organizzare ed ero molto entusiasta del viaggio che stavamo per intraprendere. Gli addobbi natalizi mi hanno fatta uscire dall’universo parallelo solo per poco tempo, tant’è che poi il mio cervello è tornato dov’era prima e non ha fatto molto caso all’avvicinarsi del natale.
Quest’anno invece la visione degli addobbi e dei manichini con tutta quella pelle scoperta mi ha colpito davvero forte e la sindrome da sfasamento perdura ormai da alcune settimane. Realizzo sempre di più che il mio conscio, subconscio e compagnia bella non vogliono proprio accettare che siamo in un altro emisfero. Che natale e capodanno qui si vivono con 35 gradi. Che c’è bel tempo e si va in giro a piedi scalzi. Non ci riesco. E non sono una che non si adatta. Mi piace cambiare, adoro vivere cose nuove, provare nuove esperienze. Ma su questo non c’è proprio speranza. Per me il natale e l’autunno sono quelli veri solo se vissuti in Italia.
E so anche perché quest’anno la sindrome si è manifestata in tutta la sua gloria. Ormai è da inizio settembre che abbiamo in mano qualcosa di molto, molto speciale…biglietti aerei per l’Italia. Tranquilli, sono di andata E ritorno. Questo ha fatto sì che, da quando sono stata sbattuta fuori dall’universo parallelo grazie ai primi addobbi natalizi, il mio cervello si sia reso effettivamente conto che siamo a Novembre, che tra poco è natale e che qui di natalizio c’è gran poco. Fa caldo e mi vesto leggera. C’è il sole e il mare. E si è reso anche conto di quanto è diverso qui rispetto all’Italia. Che alla fine ho voglia di rivivere i momenti natalizi veri, perchè è passato tanto tempo dall’ultima volta.

Ho iniziato ad ascoltare canzoni di natale per prepararmi, per cercare di calarmi nell’atmosfera natalizia, questo sta però alimentando ancor di più la mia sindrome. Ieri mi è sembrata una barzelletta sentire canzoni di natale in giardino con il sole a picco. Ma non importa, sono uscita dal limbo profondo dell’altro universo, sono cosciente del tempo che passa e anche se sono in modalità sfasata mi godo ogni istante pre-viaggio in Italia. Perché poi i prossimi anni probabilmente saranno di nuovo caratterizzati da un “falso” natale.
Forse però è anche questo il bello di essere degli immigrati. Ti allontani da quella che è sempre stata la tua realtà per 28 anni, realtà che ti aveva un po’ stufato. Poi passa il tempo, vivi le stesse cose ma in modo diverso e capisci che per te c’è solo un vero modo di viverle e fremi per riassaporarle di nuovo, in particolare quando le stai per toccare con mano.

Il natale è una di queste cose, se non l’unica. Natale per me è rimanere la sera a fissare l’albero e le sue lucine intermittenti. Magari seduta sul divano avvolta in una coperta di lana con una cioccolata calda tra le mani. Cercare i regali di natale in centro città mentre cala la sera, circondata da persone imbacuccate nei loro cappotti. Osservare le finestre illuminate dei palazzi e intravedere qualcuno vicino al proprio albero di natale. Dormire sotto un soffice piumone caldo e non con un misero lenzuolo e il ventilatore acceso perché ci sono 30 gradi alle 11 di sera. Essere con la mia famiglia, mia mamma che cerca di convincerci ad aiutarla ad addobbare casa, che mette le candele a tavola e canzoni di natale di sottofondo. Magari con un po’ di neve alla finestra. Natale è cercare di far alzare mio papà la mattina per poter aprire i regali tutti insieme e le voci dei miei tre fratelli che borbottano tra loro.

E in attesa di tutto questo, ora mi metto in costume e vado a prendere un po’ di sole. Ascoltando canzoni di natale e facendomi prendere dalla mia sindrome da sfasamento.
D’altronde allo stato attuale sono un’immigrata, allo sbaraglio.

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