Oggi sei mesi fa.
Ti ho stretta tra le braccia per la prima volta. Accasciate per terra, ai piedi di quel letto che aveva sorretto il mio peso, il mio sudore, le nostre spinte per poche ed intense ore.
Ti ho guardata.
Non capivo bene cosa stesse succedendo. L’unica cosa che sono riuscita a notare, e che ricordo, è che i tuoi occhi erano grandi, aperti, attenti e studiosi. Quei tuoi splendidi ed espressivi occhi che ancora oggi ci lasciano senza fiato.

Tu, che per 38 settimane hai vissuto dentro di me, che facevi sentire la tua presenza con lunghe sessioni di singhiozzo e di karate.
Eri davanti a me, piccola, leggera come una piuma. Silenziosa.

Oggi, sei mesi fa.
Finalmente sdraiata con te. Finalmente ho chiuso gli occhi e ho respirato, respirato per la prima volta da ore. Respirato per me, non per noi. Respirato per riempirmi nuovamente di energia, respirato per tornare lucida.
E ho espirato. Espirato la fatica, espirato la stanchezza, espirato tutto quello che era accaduto quella notte.
Per ritrovarmi nuda, infreddolita, fragile, vulnerabile, esposta, impaurita, dolorante, bombardata di sensazioni.
Ho chiuso gli occhi e ho lasciato che la mano calda di tuo papà attenuasse l’intensità di quel fiume in piena, per ritrovarmi ancora più spossata ed inerme.

In quel momento sono scese le mie prime lacrime con te e per te.

Oggi, sei mesi fa.
Dopo poche ore dalla tua nascita ti abbiamo vestita con i vestiti da neonato che avevamo messo nella borsa, quella borsa fatta in piena notte nelle brevi pause tra un’onda e l’altra.
Vestiti troppo grandi, vestiti enormi per te che eri così piccola. Ti abbiamo messa nel tuo passeggino auto e sembrava ti perdessi in tutto quello spazio.
Siamo partiti verso casa e tutto appariva incredibilmente surreale. La sera prima eri dentro di me. La mattina dopo eri in macchina con noi.
E’ difficile capacitarsene, sembra magia.

Oggi, sei mesi fa.
Le prime ore passate con te nel nostro appartamento in centro città. La mia terza doccia nel giro di mezza giornata. Le chiamate via Skype con i tuoi nonni, che nulla sapevano di quello che era successo e che nello schermo si sono ritrovati noi tre.
I primi tentativi dolorosi di allattamento, lo scoprire il tuo volto, le tue piccole mani. L’accarezzarti incredula. Il guardarti immersa in una nebbia confusa di sensazioni, pensieri, ricordi. Solo tu spiccavi nitida in mezzo a tutto.

Il pomeriggio d’inverno scivolato in uno stato di ebrezza.
La nostra prima cena, pizza d’asporto. Tuo papà che si è addormentato con te tra le braccia e una fetta di pizza in mano. Io che ho mangiato la mia e il resto della sua, ormai fredda. Ancora talmente carica di adrenalina che quelle 36 e passa ore sveglia neanche le sentivo.
Mentre vi guardavo nella luce soffusa della lampada con in sottofondo le immagini silenziose della televisione, ho pensato a quello che avevamo fatto, a come l’avevamo vissuto, a come era accaduto.

Ho ripensato ad uno specifico momento, verso la fine della tua nascita e tra una spinta e l’altra, in cui la mia mente è tornata in sé e si è connessa con te. Stavamo affrontando insieme quel momento, tu ed io. Ci stavamo aiutando l’una con l’altra, in perfetta sintonia. In quell’istante, nonostante il dolore che pervadeva il mio corpo, ho sorriso. Non so se è stato un sorriso immaginario o anche fisico. Poco cambia. Mi sono sentita legata a te come non mi era ancora successo durante la gravidanza.

Oggi, sei mesi fa.
Il tuo profumo inebriante.
La nostra prima notte in bianco, tra divano e camminate avanti e indietro nell’appartamento. Ti guardavo e non avevo idea di cosa stessi facendo. Volevo solo stringerti e farti sentire che c’ero per te.

Oggi. Tu che sei cresciuta così tanto ed io che non mi capacito di quanto meravigliosa tu sia.
Oggi, i tuoi primi sei mesi di vita e per la prima volta questo traguardo mensile mi emoziona e mi lascia un vago senso di malinconia allo stomaco.

Tu, che ogni giorno impari qualcosa di nuovo.
Tu, che ogni giorno mi insegni qualcosa di nuovo.

Oggi, sei mesi fa.
Sei nata tu, Keira.

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