L’Italia ci odia

 Questo è un estratto dal libro "La Storia di un'Immigrata allo Sbaraglio"

Il percorso di viaggio verso l’Italia fu abbastanza complesso. Il tragitto prevedeva un volo Perth – Bali di 3 ore e mezza. Poi notte in albergo e giornata successiva a spasso. Nel pomeriggio di nuovo in aeroporto per la tratta di tre orette Bali – Kuala Lumpur. Attesa, cambio di aereo e in volo per Abu Dhabi per 7 ore. Di nuovo giù a terra, attesa ed infine l’ultimo attesissimo pezzo Abu Dhabi – Malpensa sempre di 7 ore.
Le cose che non si fanno per risparmiare.

Sull’ultimo aereo, quello preso ad Abu Ahabi, mi aspettavo di trovare un sacco di italiani invece c’erano praticamente solo asiatici, arabi e africani.
L’unica italiana rompi palle ovviamente me la beccai io ed era seduta esattamente dietro di me.

Allora, io capisco che i posti in economy class non siano spaziosissimi, ma non puoi metterti in certe posizioni e continuare a spingere e colpire il sedile di chi ti sta davanti. Voglio dire, appoggi il tuo sedere contro il mio schienale, il tuo busto è sul tuo sedile e la testa nascosta sotto il bracciolo. Scusami eh, sei normale?

Appena seduti e dopo averla sentita parlare in italiano, Mr Big ed io ci lanciammo uno sguardo ed un messaggio telepatico: “Ecco, la prima persona italiana che incontriamo. Abituiamoci perchè in Italia ci rimarremo tre settimane”.
Capite, era da due anni che non tornavamo.
Australia e Italia non sono solamente in parti opposte del mondo ma non hanno proprio niente in comune, sono due universi ben distanti tra loro. Cultura, cibo, lingua, popolo, atteggiamento, guida.
Eravamo un po’ spaventati all’idea di ricatapultarci nella realtà italiana dopo così tanto tempo.
Il primo approccio all’Italia grazie a Miss Contorsionista Sul Sedile Dell’Aereo non fu dei più piacevoli. E parlava…parlava…parlava…anche lei veniva dall’Australia e raccontava la sua storia alla vicina di sedile.

Che strazio.

Ero spaventata all’idea che continuasse a parlare per tutto il viaggio e con il senno di poi forse sarebbe stato più piacevole che sentirsi continuamente sbattere in avanti dai suoi gesti inconsulti. Ebbi anche l’istinto di girarmi e chiederle di starsene un po’ ferma e di non cercare di avere rapporti sessuali con il mio schienale ogni due minuti, però poi cercai di entrare in modalità zen-monaco buddista e non feci nulla. Anche perché la signorina non si limitava a questo. Durante i suoi riposini convulsi rilasciava dai suoi orifizi più nascosti degli odori non proprio umani. Arrivai perfino a dedurre che avesse mangiato del cibo asiatico. Giusto per farvi capire l’intensità dell’odore.

All’inizio sospettai che fosse Mr Big, che ovviamente dormiva alla grande. Quando però, durante uno dei suoi momenti di resurrezione dall’oblio del sonno in volo, gli chiesi se avesse dei problemi intestinali, mi disse che anche lui sentiva quell’odore schifoso.
Insomma: non sei tu, non sono io, chi è se non lei?
Se le avessi detto qualcosa mi sarebbe scappata anche qualche parola sulle sue perdite di gas e non era il caso di scatenare una guerra in aereo. Che viaggio.

L’atterraggio a Malpensa era previsto per le 06.25 di mattina di venerdì 14 Dicembre. Man mano che si avvicinava l’ora fatidica e man mano che vedevo l’aereo spostarsi sempre più vicino all’Italia, sulla mappa nello schermo di fronte a me, il cuore perdeva qualche colpo. Di emozione, non per l’odore attorno a me.

Ad un certo punto il capitano annunciò che a Milano stava nevicando e per la precisione stava nevicando dalla sera prima. ‘Che meraviglia’ pensai, ‘la prima cosa che vedrò dopo il sole accecante, l’umidità e il calore afoso di Bali sarà la neve!’. Due secondi e mi resi conto che ero una stupida: neve + aeroporto di Milano = disastro. Iniziai a chiedermi se saremmo mai riusciti ad atterrare.

Filò invece tutto liscio. L’aereo si abbassò di quota sempre di più e finalmente le ruote toccarono terra.

Dopo due anni da quel decollo tanto sofferto, ero di nuovo in Italia.
L’entusiasmo iniziale per il nostro ritorno e per la visione, nel buio di una mattina di inverno, della neve e della pista tutta bianca, venne subito smorzato dall’arresto dell’aereo e dalla sua successiva immobilità totale.

Annunciarono che l’area taxi (sbarco e salita dei passeggeri) non era pulita e che avremmo dovuto attendere che gli omini spazzaneve pulissero tutto.

La cosa durò 40 minuti.
Iniziavamo a essere un po’ frementi. Ovviamente, sempre teste dure, avevamo deciso che per arrivare a Verona ci saremmo arrangiati. Mai più avrei fatto guidare mio papà di notte fino a Malpensa.

Perciò ci attendeva il treno per Milano Centrale e poi il treno per Verona. Il primo passava ogni ora e per la precisione alle 7.43. Erano ormai le 7 e dovevamo ancora recuperare i bagagli e fare il biglietto del treno. Se l’avessimo perso avremmo dovuto aspettare un’altra ora. Voglia zero, dopo i giri dell’oca che avevamo affrontato per arrivare lì.

L’aereo iniziò a muoversi. E finalmente tutti fuori.

Il primo impatto con la realtà italiana avvenne già nel corridoio dell’aeroporto.
Più forte di una porta sbattuta in faccia.
Il freddo pungente, i colori, la luce, il pavimento, i muri.
Tutto mi appariva trasandato e spento, vecchio. E non sarebbe stato solo questo a scioccarci. Davanti a noi c’era molto altro.

C’era l’Italia che finchè ci vivi non la osservi, non ti accorgi di com’è. Ma quando la guardi con gli occhi di un turista si toglie ogni velo e mostra tutto di sé, nei pregi e nei difetti.

Fummo tra i primi ad arrivare ai nastri. Nei nostri lunghi e complessi viaggi abbiamo imparato che avere a disposizione un carrello porta-bagagli è fondamentale. Abbiamo una certa età e trascinarci dietro valigie pesantissime non giova di certo alle nostre schiene e neppure ai piedi e agli stinchi di quelli che incrociano il nostro cammino, soprattutto il mio.

Quindi appena arrivammo al nastro per il ritiro bagagli ci fiondammo verso la colonna di carrelli. C’erano altre persone che stavano cercando di prenderli ma senza risultati. Sembrava che i carrelli fossero incastrati tra di loro.
Con passo spedito e deciso e spalle belle dritte, mi diressi a prenderne uno anch’io. Afferrai la barra e tirai verso di me.
Per poco non mi ribaltai a terra.
‘Ma checcavolo succede?’

Riprovai di nuovo ma niente. Controllai le ruote per assicurarmi che non fossero incastrate. Tutto a posto. C’era un passaggio che mi mancava.

Tornai all’inizio del porta-carrelli e vidi una macchinetta. Lessi le istruzioni e capii che per prendere un carrello c’era bisogno di mettere dei soldi per sbloccare il meccanismo che tiene ferme le ruote. Come al supermercato (italiano, mica australiano).

La furia dentro di me.

Non ci credevo. Eravamo in un aeroporto e mi stavano chiedendo dei soldi per sganciare un carrello porta bagagli. E non soldi di diverse valute. Solamente euro. Voglio dire, avrei potuto essere appena arrivata da Canicattì, chi è che ha gli euro pronti per prendere un carrello? Monete tra l’altro, non banconote.
Imbestialita e acida come una serpe tornai da Mr Big e lo aggiornai sulla situazione. Con noi avevamo degli euro ma solo in banconote ovviamente.

Rinunciai così all’idea e ci piazzammo davanti al nastro.

Attesa.

Dopo parecchio tempo passato a vagare con lo sguardo per l’aeroporto e a cercare di sintonizzare il mio cervello e il mio atteggiamento  mentale in modalità: ‘Sono in Italia, non ci vivo ma sono solo in vacanza, prendiamola così, sul ridere’ il nastro iniziò finalmente a muoversi.

Una, dieci, trenta, cinquanta valigie. Delle nostre neanche l’ombra.

Ancora attesa.

Blocco del nastro.

Dopo una decina di minuti riprese a muoversi.

Nel frattempo un annuncio: ci potrebbero essere ritardi nella consegna dei bagagli per via della neve.

Non l’avevo capito, grazie.

Ormai eravamo rimasti in una ventina di persone. Sfinita e stanca mi buttai a terra circondata dai nostri bagagli a mano e con grande gioia vidi che tra le persone in attesa c’era anche Miss Scoreggina. Finalmente ebbi l’occasione di guardarla per bene e mi accorsi che era scalza. Già.

Sapete, in Australia molta gente cammina scalza ovunque: per strada, nei supermercati, nei negozi. Non so perché. Forse per non consumare la suola delle scarpe, forse per sentirsi più connessi alla madre terra, forse vogliono solo una scusa per andare a farsi fare una pedicure.

Miss Scoreggina evidentemente voleva dichiarare a tutti di essere stata in un posto dove non si sente la necessità di mettersi le scarpe. Voleva far vedere che era uno spirito libero e che non le importava di cosa pensasse la gente.

Dei 0°C e della neve non gliene importava nulla.

Decisi di allontanarmi e di andare in bagno, più che altro per passare un po’ il tempo dato che il nastro era in sciopero prolungato da diversi minuti.
Feci le mie cosine e nel ritornare indietro mi accorsi della presenza di una macchinetta cambia banconote. Accipicchia. Proprio bene in vista, super segnalata, tutti la possono notare.

Ironia, se non si fosse capito.

Con un sospiro rassegnato tirai fuori dieci euro dal portafogli per poterli cambiare. A testa bassa tornai verso Mr Big e gli mostrai le monete. Più imbarazzata che sollevata.

Mi diressi verso l’apposita macchinetta per lo sblocco del meccanismo dei carrelli e capii che non venivano solo chiesti dei soldi che poi sarebbero stati ridati alla riconsegna del carrello.
No no, bisognava proprio pagare per prenderlo. E neanche un euro, bensì due.

Ancora più arrabbiata di prima sbloccai il carrello e ne presi pieno possesso. Che se avessi potuto me lo sarei portato fino a Verona. E poi a casa in Australia.

Tornai ad attendere i bagagli, ormai erano le 8 di mattina. L’atterraggio era stato un’ora prima, con 35 minuti di ritardo. Non ne potevo più.
Dopo un’ora e un quarto di attesa finalmente accadde il miracolo.
Una visione: i nostri bagagli.

Mr Big li gettò sul carrello maledetto e uscimmo da quello squallore. Ci avviammo a passo veloce verso la zona dei treni, non perché ne stessimo per perdere uno, ormai sapevamo che avremmo dovuto aspettare mezz’ora prima del successivo, ma perché volevamo comprare i biglietti e fare finalmente la nostra prima colazione cappuccino e brioches tutta italiana.

Ne parlavamo da settimane ormai: l’atmosfera dei tipici bar italiani, l’aroma del caffè appena fatto, il profumo inebriante delle brioches appena sfornate.

Gnam.

Entrammo nel bar accanto alla biglietteria e dopo aver abbandonato le nostre valigie vicino ad un tavolino, accatastandole una sopra l’altra, andammo al bancone per scegliere le nostre buonissime brioches.

Lasciai ordinare a Mr Big, che uscì con una frase tipo: “Un cappuccino alla crema e due brioches al caffè”, e mi fiondai ad osservare il panorama fuori dai finestroni del bar.

I colori erano freddi, gelidi, sulle tonalità dell’azzurro. C’era un sacco di neve e anche attraverso i vetri percepii il freddo che regnava là fuori.

Da quant’era che la mia vista non captava colori del genere.
Fu strano, magico ed ipnotizzante.
La neve, il freddo, la gente avvolta in strati e strati di lana.

Finalmente venni raggiunta dal mio prode cavaliere con le nostre agognate brioches e al primo morso ci rendemmo conto che l’attesa di diverse settimane era stata davvero vana.
Erano super secche e asciutte. Non burrose e morbide, profumate e tiepide come ricordavo.
Che sfiga.
Il nostro rientro in Italia non voleva proprio prendere la piega giusta.

Appena finita la colazione, sdraiammo i nostri bauli a terra e iniziammo a ribaltarne il contenuto. Cercavamo infatti sciarpe, cappelli e giacche pesanti. Abbigliamento che per due anni era rimasto segregato nell’ultimo cassetto di un mobile dell’Ikea in camera nostra, in Australia.

Ci coprimmo per bene, uscimmo dal bar e poi attraverso le porte dell’aeroporto. Volevamo fare delle foto prima di scendere ai binari per prendere il treno.

Il freddo pungente colpì le mie guance e in un attimo fu come se tutto quel tempo non fosse passato.
L’aria scese giù per la trachea e riempì i miei polmoni, si dileguò negli alveoli. Il sangue si ossigenò e volò su al cervello scatenando una tempesta di ricordi.

Freddo significava Natale e quell’anno sarebbe stato con la mia famiglia.

Due minuti fuori e il mio corpo iniziò già a fremere per tornare dentro all’aeroporto e assaporare quel momento speciale in cui l’aria calda ti colpisce e inizia a scaldarti nuovamente pelle, anima e spirito. Un po’ lo stesso effetto di uno shot di un buon liquore al cioccolato.

Rientrammo e andammo ai binari. Il treno era già arrivato ma avevamo tutto il tempo per salire e sederci con calma, niente corse all’impazzata questa volta.

Iniziai subito a togliermi i vari strati di vestiti, il riscaldamento pompava che era un piacere, e cercai di mettermi comoda. In realtà continuavo a sporgermi verso Mr Big, seduto di fronte a me. Ero troppo agitata, stavo tornando a casa dopo due anni!

In più il sentire e vedere attorno a noi solo persone italiane mi stava facendo un effetto parecchio strano e in un certo modo anche divertente. Mi sentivo un po’ una mosca bianca in mezzo a tante mosche nere.
Ma tanto mi ci sono sempre sentita così, anche prima di partire per l’Australia.

Alle 8.43 minuti finalmente ci allontanammo dall’aeroporto. Oltre a muoverci ad una velocità pari a quella di una lumaca infilata nel guscio di una tartaruga, iniziammo anche a fermarci ogni 100 metri.

Neve e binari non sono una bella accoppiata.

Partì anche l’annuncio in diffusione: “A causa del maltempo il treno subirà un ritardo non ben precisato”.
La parte del viaggio che doveva essere la più tranquilla e facile si stava trasformando in un incubo. Singhiozzai nella mia mente e con lo sguardo comunicai a Mr Big che ero esausta e disperata.

Penserete che stessi facendo l’esagerata di turno ma cavolo, eravamo partiti tre giorni prima, fatto innumerevoli ore di volo, rischiato la vita un paio di volte, addosso mi sentivo ancora l’odore delle esalazioni corporee di Miss Scoreggina ed inoltre, se non fossimo arrivati entro una cert’ora alla stazione di Milano centrale, avremmo perso il treno per Verona.

La conseguenza sarebbe stata dover aspettare un’altra ora prima del successivo, saremmo arrivati tardi a casa dei miei genitori e avrei perso un importante appuntamento.
Dopo due anni finalmente sarei andata dal parrucchiere.

Era un gran lusso per me, atteso da mesi e mesi, un po’ come il cappuccino e brioches della nostra prima colazione italiana. Pensare di doverlo rimandare anche solo di qualche giorno e dover ancora avere a che fare con il taglio orribile e ingestibile che mi trascinavo da tempo non mi piaceva. No no.

Il viaggio in treno andò avanti a spizzichi e bocconi. Avanti 200 metri, fermi 5 minuti. Si ripartiva, dopo 3 minuti di nuovo fermi. E così via.
Tra un attacco di isteria e di sbadigli a raffica, finalmente, non so ancora come, arrivammo alla stazione di Milano. Ormai il treno per Verona era chiaramente perso e appena arrivati davanti al primo tabellone degli orari ci accorgemmo che molti treni stavano subendo ore ed ore di ritardo. Altri erano stati addirittura cancellati.

Neve, mi piacevi tanto ma ora mi piaci un po’ meno.

A quel punto valutammo diverse possibilità. Rischiare di aspettare la partenza di un treno verso Verona, chissà quando e come, oppure noleggiare una macchina.
Visto la sfiga avuta fino a quel momento decidemmo di prendere un’auto a noleggio.

Non ci avessimo mai pensato.

Fu impossibile trovare uno stand o un minimo segnale che indicasse dove fosse possibile trovare un autonoleggio. Anzi, le indicazioni nella stazione c’erano ma terminavano nel nulla dopo qualche metro.

Girammo ovunque, con i nostri bagagli, i pantaloni e le scarpe bagnati dalla neve, le puntine delle dita ormai atrofizzate ed un mal di testa da paura che saliva di minuto in minuto.

45 minuti di vagabondaggio per la stazione e vari insulti lanciati in aria dopo, trovammo il posto per noleggiare una macchina. C’era solo una persona che stava lavorando ed era impegnata con dei clienti. Dopo dieci minuti di attesa al gelo capimmo che stavamo rischiando troppo. C’era un treno che in teoria sarebbe partito da lì a dieci minuti, forse potevamo provare a prenderlo.

Così passammo al piano B.

Comprammo i biglietti alla biglietteria automatica e nell’ansia di voler partire facemmo un casino e ci trovammo con due posti in carrozze diverse. Come se non bastasse il resto.
La sfiga che ci circondava da quando eravamo entrati nello spazio aereo italiano era quasi indescrivibile.

Salimmo sul treno, che sembrava stesse davvero per partire senza ritardo, e decidemmo di sederci vicino. Era praticamente vuoto, non avremmo fatto del male a nessuno. Se proprio fosse arrivata la persona con la prenotazione ci saremmo spostati.

Pessima decisione. Si scatenò una sorta di guerra nel vagone perché in effetti la persona che aveva il posto riservato dov’eravamo noi arrivò ma non ci disse niente, così si sedette in un altro posto.

Poi arrivò chi aveva quel posto, ma non disse niente neanche lui e si mise da un’altra parte.
Alla fine arrivò una zittella acida più di me e si infuriò con l’ultimo pirla arrivato.

Tutti iniziarono a dire: “Ma io mi sono seduto qui perché il mio posto era occupato”, “Eh, anch’io, era preso così mi sono messo qui” e via dicendo.
La tipa si sedette comunque in un posto a caso e continuò a lamentarsi per una mezz’ora, blaterando in continuazione.

Arrivata al culmine della sopportazione e rendendomi conto che il nervosismo e la tensione che si respiravano in Italia, e di cui tanti mi avevano parlato via email, erano totalmente veritieri, decisi di cambiare vagone.
O mi sarebbe preso un raptus omicida e mi sarei attaccata alla sua giugulare.
Tipo pitbull con la rabbia.

Il viaggio proseguì tranquillamente senza altri intoppi. Fu lungo e poco sopportabile ma cercammo di tenere duro e finalmente arrivammo a Verona.

Nei giorni prima della partenza avevo preso l’abitudine di addormentarmi immaginando un grande comitato di accoglienza alla stazione, con cartelloni e palloncini colorati, il sindaco della città con un trofeo in mano, giornalisti e televisione pronti ad intervistarci e a mostrarci come esempio di immigrati DOC.

No, beh…questa era la parte di quando stavo già sognando. Ops.
Durante il viaggio in treno invece mi arrivò un sms di mia mamma per avvisarmi che sarebbe venuto solo mio papà a prenderci in stazione.

‘Mmmm…sarà uno dei soliti scherzetti di mia mamma? Sta organizzando una mega sorpresa? Che furbetta che è! Pensa che io ci caschi ancora dopo tutti questi anni che sono sua figlia!’ è il naturale pensiero che feci.

No no, sentii mio papà via sms e capii che:

1- Non c’era nessuno scherzetto o sorpresa

2- Ci avrebbe aspettato in una via laterale della stazione, niente baci e abbracci strappa lacrime sui binari del treno o nell’atrio

Dopo essere sbarcati dal treno ci ritrovammo ad affrontare muri di studenti appena usciti da scuola (ormai era quasi l’una), neve e pericolosissimi scalini ghiacciati, il tutto con le mie All Star fradicie e dalla suola bella liscia.

Dimenticavo: e i nostri bauli.

La prossima volta, giurai, sarei partita solo con le mutande di ricambio. E un paio di scarpe con il tacco. E una borsa per accompagnarle, ovvio.

Ci inerpicammo sulle scale trascinandoci dietro le valigie e vidi mio papà. Affrontammo gli ultimi metri di neve fino alla macchina, baci e abbracci veloci e salimmo in macchina. Ci eravamo visti solo 8 mesi prima ed eravamo in ritardo sulla tabella di marcia.

Ripercorremmo le strade che avevo fatto migliaia di volte e vidi che era tutto esattamente come prima. Mi ero aspettata di trovare molti cambiamenti per le strade e i paeselli e invece la sensazione che mi pervase fu identica a quella che provavo quando studiavo a Milano e tornavo a casa per passare il week end.

Tutto nella norma e di routine. Una routine che però mi lasciò un po’ di amaro in bocca.
Un altro paio di piccole cose di normale quotidianità, come il fare uno squillo a mia mamma per buttare la pasta, e fu come se non fossi mai partita. Sembrava di nuovo l’anno 2007.

Salimmo sulle colline della Valpolicella e arrivammo a casa.
Il cuore a mille mentre scendevo dalla macchina e attraversavo il vialetto.

La bellissima vista di tutta la valle mi lasciò come sempre senza fiato. Proprio da quel punto lì, in giardino, ero solita osservare il cielo notturno seduta su una sdraio e avvolta in un piumone caldo. Fissavo le luci dei paesi sottostanti e le stelle. Perdevo le ore in quel modo.

Erano tanti anni prima, quando la storia tra me e Mr Big era agli esordi. Ogni lucina che si spostava nel cielo scuro mi faceva pensare a lui e a quanto ero fortunata. Il mio cuore era un tumulto di emozioni. Sognavo il nostro futuro e mai avrei immaginato che le cose nei 6 anni successivi si sarebbero evolute in quel modo. Nell’altro emisfero, insieme.
Dopo tante difficoltà e innumerevoli decisioni difficili.

Mi riscossi dai miei vaneggiamenti ed entrai in casa. Venni subito colpita da un centinaio di addobbi di natale e una miriade di lucine colorate. Mia mamma mi corse incontro e mi abbracciò forte forte.

Aspettai che i miei fratelli si facessero vivi ma capii che avrei dovuto usare le maniere forti per farli schiodare dalle loro camere.
Mi misi ad urlare come una pazza per obbligarli a venire ad accogliermi decentemente.
Erano passati due anni.

Finalmente due di loro fecero la loro comparsa e rimasi molto stupita del loro cambiamento. Vederli via skype non era la stessa cosa.
Erano diventati grandi, proprio bellocci e mi erano mancati terribilmente.

Da lì in poi per tre settimane l’Italia fu di nuovo la nostra casa.

Fummo coccolati e stra-viziati, facemmo scorta di neve e freddo europeo e di chiacchierate davanti all’albero di Natale con un bicchiere di vino rosso in mano.

Tre settimane passate in un lampo ma furono abbastanza per farci rendere conto che la decisione che avevamo preso due anni prima era stata la più giusta.

Nonostante la lontananza da amici e famigliari, nonostante non sia affatto una passeggiata inserirsi in un nuovo paese. Nonostante le difficoltà che incontravamo tutti i giorni.

Non saremmo mai tornati indietro.

L’Italia è magnifica vissuta da turista (carrelli dell’aeroporto a parte) ma ormai è diventato un inferno viverci. E la parte dolorosa è stata proprio ripartire sapendo di lasciare dietro le persone a noi care.
Abbiamo respirato a pieni polmoni il nostro paese e cercato di tenere dentro solo le cose positive. Quello che ci attendeva al ritorno in Australia sarebbe stato, se possibile, ancor più difficile di quello che avevamo affrontato fino a quel momento. E oggi che scrivo a distanza di tre mesi, lo so fin troppo bene.

 Questo è un estratto dal libro "La Storia di un'Immigrata allo Sbaraglio"

14 Comments

  • Ciao Francesca!
    Volevo farti i complimenti per il tuo blog è davvero fantastico! Mi ci sono imbattuta per caso cercando normazioni sul WHV, e ora sto praticamente leggendo tutti i tuoi post. Appena ne leggo una non vedo l’ora di iniziare il successivo, credo proprio che acquisterò il tuo libro :)
    Mi sono completamente rivista in te al rientro in Italia da qualsiasi mio viaggio, concordo pienamente con te per quanto riguarda la situazione italiana. Volevo ringraziarti per le emozioni che mi regali con i tuoi post e congratulazioni per la tua cittadinanza australiana, spero di poter essere come te in futuro :)!

  • mi sono ritrovato sul tuo sito in cerca di notizie sull’Australia e sono finito poi sul blog. Tutte le cose interessanti del sito si sono dissolte nel momento in cui ho letto questo post. Ironico, toccante, e vivo, leggendolo sembra di essere lì con voi. Una grande sensibilità nel dedicare frasi a momenti e dettagli che per qualcuno potrebbero sembrare meno rilevanti e che invece rappresentano a pieno la personalità e le emozioni che avete provato nel cambiare vita così radicalmente. Avrei altre mille cose da dire ma non voglio dilungarmi. Complimenti a entrambi e in bocca al lupo.
    Uno della provincia di Verona

    • Grazie “Frankie, uno della provincia di Verona”! E’ bello sapere di riuscire a trasmettere quello che sento e vedo! E crepi il lupo

  • Ciao Francesca!
    ho scoperto il tuo blog casualmente, durante una delle mie ricerche sull’Australia, e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa.
    Mi rivedo molto in te e in Mr. Big rivedo molto il mio ragazzo: io svampita e distratta che urto qualsiasi oggetto presente nelle mie vicinanze e il mio uomo, sempre a suo agio in ogni situazione e pronto a confortarmi quando necessario.
    Fin da piccola ho sempre avuto il sogno di andare a vivere in Australia e spero un giorno di poterlo realizzare, anche se è davvero difficile a causa dei visti e del fatto che dovrei essere economicamente coperta almeno per i primi mesi nel caso non riuscissi a trovare lavoro lì e questo è un gran problema dato che ho quasi 20 anni ed è ormai un anno che cerco e non trovo niente qui in Italia. Solo ora mi rendo conto che la situazione è davvero disastrosa.
    Volevo ringraziarti comunque per i tuoi racconti, penso che rappresentino per tutti noi un momento per evadere dalla realtà e trasportarci lì con voi.
    Vi auguro con tutto il cuore di riuscire nel vostro sogno che è l’Australia, ve lo meritate. Un bacione e continua a scrivere per noi!

    • Ciao Chiara! Ho 11 anni più di te e posso assicurarti che con l’età si migliora e si diventa meno patate! ;)
      Grazie per quello che hai scritto, ti auguro che la situazione si sblocchi il prima possibile, l’importante è sempre agire e non fermarsi mai! Good luck

  • Ciao Francesca, ti seguo sempre con piacere. Sono in Australia da 5 mesi, io vivo a Sydney, e come ben sai non è affatto facile inserirsi in un paese completamente diverso da quello in cui sei nato, parlando una lingua diversa, che per quanto credi di sapere bene sembra non essere mai abbastanza. Potresti scrivere un post su cosa avete fatto appena arrivati?
    sarebbe molto interessante.
    Grazie e in bocca al lupo per il permanent!!
    ciao

  • Ciao Francesca, sono molto contenta che ti renda conto di aver fatto la scelta giusta! E sicuramente ora dopo la “vacanza” in Italia ti sentirai ancora più convinta e più forte di prima, bravi ragazzi, beati voi che siete riusciti a prendere la decisione giusta e, soprattutto al momento giusto! Vi seguo sempre con piacere, perchè i tuoi racconti mi permettono di vivere l’Australia anche a me, un abbraccio enorme, Manuela

  • Ho appena finito di leggere questo nuovo post, e posso dire di essermi emozionata in quest’ultima parte, “innervosita” nella prima e la seconda, quando racconti dei vari problemi che avete trovato (o meglio, RI-trovato) qui in Italia, perché capisco benissimo di cosa parli purtroppo, ma anche divertita grazie alla tua ironia e auto-ironia! Sei veramente brava perché grazie alla tua grande abilità nella scrittura sembra di vederlo con gli occhi ciò che ci racconti! Continua così!!!! E ancora buona fortuna per tutto! :)

  • Non posso fare altro che rinnovare i miei cosmplimenti e continuare ad augurarvi con il cuore, che si avverino tutti i vostri desideri……

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