Sono incorreggibile. Ogni volta che vado in viaggio mi porto dietro il portatile…un po’ perché l’idea di lasciarlo a casa in balia di eventi a me sconosciuti, come incendi, uragani o ladri, mi mette un po’ d’ansia. E’ un regalo che mi ha fatto mio papà tre anni fa, da quel che ricordo l’unico che sia andato a prendere lui di persona e con un biglietto scritto con la sua grafia e le sue parole. Insomma, ci tengo un casino.

Quest’anno mentre preparavamo il viaggio per l’Italia, avevo un motivo in più per volerlo portare con me. Questo blog.

Mi sono detta che non sarebbe stato male scrivere dei post “in diretta” durante il viaggio in aereo, sia di andata che ritorno. Prima di tutto per passare il tempo. In secondo luogo perché mi piace l’idea di fare la figa che scrive sul suo portatile seduta in mezzo ad un aereo, con le luci spente perché tutti dormono, tranne me e il mio volto illuminato dalla luce azzurrognola dello schermo.
Infine le categorie dei post sono “presente” e “passato”. Scrivere subito quello che mi accadeva mi sembra molto azzeccato con la parola presente.
Le cose non sono andate proprio secondo i miei piani. Ormai è il 27 gennaio, sono tornata dall’Italia il 5 e non pubblico niente da fine novembre…no comment. Mi sgrido da sola ma so che ho delle buone scusanti.

Da quando sono rientrata in Australia sono stata presa da un re-designing del sito vivereinaustralia.com e da qualche problema con il fuso orario. Il primo si è concluso solo ieri, il secondo c’è voluta una settimana intera per uscirne. Complice il caldo terribile che ha fatto appena siamo tornati (una meraviglia passare dall’inverno dell’aereoporto di Venezia all’estate di Perth con 38°C) la notte ci svegliavamo alle 3 e da lì fino alle 8 di mattina non si dormiva, poi pisolo (perché sarebbe stata notte in Italia) e sveglia alle 10. Siamo andati avanti così un po’, sembrava un tunnel senza uscita!
E quindi le scuse per quando sono rientrata le ho…quelle per quando ero in viaggio sono un altro paio di maniche.

Siamo partiti da Perth mercoledì 12 dicembre. Il percorso di viaggio era abbastanza complesso perché è risultato essere l’unico modo per risparmiare sul costo dei biglietti aerei. Uscire dall’Australia costa parecchio durante tutto l’anno, con le festività natalizie il prezzo ovviamente sale ancora. Il risultato era che se avessimo preso un semplice biglietto andata/ritorno con un solo scalo avremmo speso 2600 dollari a testa. Improponibile. Ci siamo ingegnati e come già altre volte abbiamo trovato la soluzione alternativa. Tre giorni di viaggio ma un risparmio di quasi 1000 dollari a testa.
Il tragitto prevedeva un volo Perth – Bali (Indonesia) di 3 ore e mezza. Poi notte in albergo e giornata successiva a spasso. Nel pomeriggio di nuovo aeroporto per la tratta di tre orette Bali – Kuala Lumpur (Malesia). Attesa, cambio di aereo, e in volo per Abu Dhabi per 7 ore. Di nuovo giù a terra, attesa ed infine l’ultimo attesissimo pezzo Abu Dhabi – Malpensa sempre di 7 ore.

Fino a Bali abbiamo viaggiato con la Virgin Australia, devo dire che mi sono trovata molto bene, nel caso interessasse a qualcuno! Ci hanno dato da mangiare e bere senza dover pagare, cosa che con Airasia, un’altra compagnia low-cost, non succede. Piuttosto ti fanno morire di sete! Siamo atterrati a Bali alle 11 e mezza di sera e appena usciti dall’aeroporto ci siamo subito ricoperti di uno strato appicicaticcio di sudore… credo che l’umidità fosse al 100%.
All’albergo siamo stati accolti dal personale super gentile e con un cocktail analcolico rinfrescante. Rimango sempre stupida dalla premurosità e ospitalità che la maggior parte dei popoli asiatici hanno (beh…forse in Cina non sono così…!).
La camera, fortunatamente con aria condizionata, era un bungalow in questo complesso alberghiero in stile indonesiano. Il letto a baldacchino (o come mi diverto a dire io “a baldracchino”) era fornito di zanzariere per barricarsi dagli insetti schifosi e da un muretto alle sue spalle che fungeva da comodino e dove, ringraziando tutti gli dei di tutte le religioni del mondo, c’erano delle prese elettriche australiane. Non per caricare cellulari o il portatile (che ovviamente per sole 3 ore e mezza di volo era rimasto nella sua borsa a riposare) ma per poter attaccare la mia macchina del sonno e il suo confortante rumore di pioggia e riuscire a dormire!

Quella sera ho anche avuto un piccolo scontro corporeo con un abitante del luogo. Ero uscita dal bungalow per recuperare una bottiglietta d’acqua dalla reception e appena tornata davanti alla porta, dopo aver riattraversato le stradine deserte e buie del residence e aver schivato un gatto indonesiano indemoniato, mi sono ritrovata ad affrontare uno scarafaggio grande come la mia mano. Voi non lo sapete, ma è da quando ho vissuto a Milano che ho una fobia per queste schifosissime bestie. Tra l’altro quelli da questa parte del mondo devono essersi evoluti in modo più rapido perché alcuni di loro sono anche provvisti di ali, il che li rende molto, molto, molto pericolosi per una come me.

Mi sono allontanata subito dalla porta e ho iniziato a chiamare Mr Big con voce terrorizzata e ad un volume non proprio consono a quell’ora della notte. Lui era già pronto per dormire, quindi è venuto in mio soccorso provvisto di boxer e di uno sguardo sconcertato sul volto. Quando gli ho urlato: “Lììììì guarda lììììììì” e gli ho indicato per terra proprio davanti ai suoi piedi scalzi, ha fatto un salto indietro e con dei gesti convulsi e scordinati mi ha spronato a muovere le chiappe ed entrare in camera, prima che la bestia lo aggredisse.

Ci siamo barricati dentro, nel caso la bestia fosse stata dotata anche di arti per aprire la porta, e un po’ scossa dall’accaduto mi sono preparata per dormire: denti, via le lenti a contatto e su gli occhiali da talpa, e accensione della mia adorata macchina “fai tanti bei sogni tranquilli bella bambina”. In realtà di sonno non ne avevo proprio per niente, ci ho messo parecchio ad addormentarmi e ad un certo punto, sopra il suono abituale della pioggia della dream sound machine, ho iniziato a percepire dei colpi fortissimi. Con le palpebre socchiuse e la mia vista scadente mi sono resa conto che c’erano dei lampi di luce intermittente ed ho intuito si trattasse di un temporale. Porca miseria se lo era…avevo l’impressione che il tetto del bungalow venisse squarciato da un momento all’altro. Il frastuono dei tuoni era talmente alto che ogni volta che vedevo un lampo mi spremevo la faccia e le orecchie contro il cuscino per non sentire il successivo boato. Ovviamente sia io che Mr Big ci siamo spinti verso la parte centrale del letto, insomma…per avere un po’ meno paura!

In conclusione è stata una notte un po’ agitata ed insonne… io che speravo di dormire bene per affrontare le successive tratte del viaggio con tutta serenità. Ovviamente no!
La mattina dopo ci siamo avventurati un po’ in giro sotto il sole cocente (la misera tintarella che ho presentato in Italia in realtà è dovuta proprio alle ore passate in giro a Bali, non al sole australiano!) e dopo aver preso una bella statua indonesiana da regalare ai miei genitori, che ci avrebbero ospitati per tre settimane, siamo rientrati all’albergo per recuperare le forze, farci una doccia e rifare le valigie.
Ecco, la doccia è stata un’altra bella avventura. In bagno c’erano le istruzioni per l’uso scritte in un inglese un po’ sgangherato. In pratica dovevi aprire al massimo il rubinetto dell’acqua calda, aspettare cinque minuti e poi potevi aprire anche quello dell’acqua fredda per regolare la temperatura. Se la cosa non funzionava bisognava ripetere l’operazione una seconda volta. In caso di ulteriore fallimento veniva richiesto di contattare il personale. Mr Big è riuscito al primo colpo, quando sono andata io ho provato per un paio di volte ma ovviamente niente (donne e idraulica/meccanica zero relazione) e alla fine ho deciso di farmela fredda…se ci avessi messo due secondi sarebbe stata una passeggiata, ma si è trasformata in una tortura perché il getto d’acqua era debolissimo e sciacquare i capelli dallo shampoo e dal balsamo è stato un processo parecchio lungo. So che le donne mi capiranno. Magari anche qualche ometto con i capelli stile “Renegade”.

Dopo le mie solite corse per rimettere tutto nelle valigie, siamo andati in aeroporto. Abbiamo fatto un bel pranzetto (alle 3 e mezzo del pomeriggio) stile indonesiano e dopo poco siamo saliti sul successivo aereo. Qui avrei già potuto tirare fuori il portatile, nonostante il viaggio fosse sempre di tre ore, il fatto è che ero circondata da bambini scatenatissimi. In particolare quella seduta davanti a me continuava a voltarsi per cercare di distogliere la mia attenzione dallo schermo che avevo davanti e interagire con me. Non è facile mantenere lo sguardo fisso sulla tv quando hai dietro due occhioni giganteschi che ti implorano di guardarli. Sapevo però che se le avessi dato corda non me la sarei più staccata per tutto il viaggio. Belli i bambini ma quando se ne stanno al loro posto. Non chiediamoci perchè non ho ancora fatto figli ; )

Ecco perchè niente portatile neanche in questa tratta. Se mi fossi messa a scrivere scommetto che mi sarei ritrovata circondata di piccoli mostriciattoli indonesiani con le dita appiccicose tese verso il mio amato computer. Anche no!

Atterrati a Kuala Lumpur abbiamo atteso pochissimo prima di salire sull’aereo successivo, giusto il tempo per sgranchire un po’ le gambe. Il volo è stato notturno e di 7 ore circa. Ero talmente stanca che volevo solo rincitrullirmi con un po’ di film e musica e sperare di addormentarmi un pochino. Niente portatile neanche qui. Se non si era capito.

Atterriamo ad Abu Ahabi (ma quanti soldi hanno gli arabi???) e aspettiamo qualche ora per l’aereo successivo, l’ultimo. Mi aspettavo di trovare un sacco di italiani sul volo invece c’erano praticamente solo asiatici, arabi e africani. L’unica italiana rompi palle ovviamente me la sono beccata io, ed era seduta esattamente dietro di me. Allora, io capisco che i posti in economy class non sono spaziosissimi, ma non puoi metterti in certe posizioni e continuare a spingere e colpire il sedile di chi ti sta davanti. Voglio dire, appoggi il tuo sedere contro il mio schienale, il tuo busto è sul tuo sedile e la testa nascosta sotto il bracciolo. Ma scusami…??? Tra l’altro appena ci siamo seduti e abbiamo sentito parlare questa qui dietro di me, io e Mr Big ci siamo lanciati uno sguardo ed un messaggio telepatico che diceva questo: “Ecco, la prima persona italiana che incontriamo. Abituiamoci perchè in Italia ci rimarremo tre settimane”. Capite…era da due anni che non tornavamo, Australia e Italia non sono solo in parti opposte del mondo, ma non hanno proprio niente in comune, sono due universi ben distanti tra loro. Cultura, cibo, lingua, popolo, atteggiamento, guida…eravamo un po’ spaventati all’idea di ricatapultarci nella realtà italiana dopo così tanto tempo.
E il primo approccio con Miss Contorsionista Sul Sedile Dell’Aereo non è stato dei più piacevoli. E poi parlava…parlava…parlava…anche lei veniva dall’Australia e raccontava la sua storia alla vicina di sedile. Che strazio.

Ero spaventata all’idea che continuasse a parlare per tutto il viaggio e con il senno di poi forse sarebbe stato più piacevole che sentirsi continuamente sbattere in avanti dai suoi gesti inconsulti. Ho anche avuto l’istinto di girarmi e chiederle di starsene un po’ ferma e di non cercare di avere rapporti sessuali con il mio schienale ogni due minuti, però poi sono entrata in modalità zen/monaco buddista e non ho agito. Anche perché la signorina non si limitava a questo. Durante i suoi riposini convulsi rilasciava dagli orifizi più nascosti degli odori non proprio umani. Sono arrivata perfino a dedurre che avesse mangiato del cibo asiatico. Giusto per far capire l’intensità dell’odore. All’inizio tra l’altro sospettavo fosse Mr Big, che ovviamente dormiva alla grande. Quando però, durante uno dei suoi momenti di resurrezione dall’oblio del sonno in volo, gli ho chiesto se avesse dei problemi intestinali, mi ha detto che anche lui sentiva quell’odore schifoso…insomma, non sei tu, non sono io, chi è se non LEI????? Se le avessi detto qualcosa mi sarebbe scappata anche qualche parola sulle sue perdite di gas, e non era il caso di scatenare una guerra in aereo.

Ecco. Secondo voi potevo mettermi a scrivere in quelle condizioni? Con pure due giorni di viaggio già alle spalle? Una mano che mi copriva la bocca e una sola per scrivere? E il rischio che Miss Scoreggina al Profumo di Indonesia dietro di me leggesse tutto? No, no!

L’atterraggio a Malpensa era previsto per le 06.25 di mattina di venerdì 14 dicembre. Man mano che si avvicinava l’ora fatidica e man mano che vedevo l’aereo spostarsi sempre più vicino all’Italia, sulla mappa nello schermo di fronte a me, il cuore perdeva qualche colpo. Di emozione, non per l’odore attorno a me, sia chiaro.
Ad un certo punto sentiamo l’annuncio del capitano arabo e del copilota italiano. Il primo con un bell’inglese, il secondo con un italiano balbettante. Frasi non molto chiare e coerenti. Ho capito quasi di più la versione inglese che italiana. Ci annunciano che a Milano sta nevicando e per la precisione sta nevicando da tutta la notte. “Che meraviglia” penso “la prima cosa che vedrò dopo il sole accecante, l’umidità e il calore afoso di Bali sarà la neveeeee” poi mi rendo conto che sono una stupida: neve + aeroporto di Milano = disastro.
Inizio a chiedermi se riusciremo ad atterrare. Invece tutto liscio, ci abbassiamo sempre di più e finalmente le ruote toccano terra. Dopo due anni da quel decollo tanto sofferto, sono di nuovo in Italia.
L’entusiasmo iniziale per il nostro ritorno e per la visione, nel buio di una mattina di inverno, della neve e della pista tutta bianca, viene smorzato dall’arresto dell’aereo e dalla sua successiva immobilità. Ci annunciano che l’area taxi (sbarco e salita dei passeggeri) non è pulita e che dobbiamo attendere che gli omini spazzino via tutto. La cosa è durata 40 minuti.
Iniziavamo a essere un po’ frementi. Ovviamente, sempre le nostre teste dure, avevamo detto che ci saremmo arrangiati ad arrivare a Verona. Mai più avrei fatto guidare mio papà di notte fino a Malpensa, figuriamoci poi con tutta la neve che stava scendendo. Quindi ci attendeva il treno per Milano Centrale (adesso esiste il diretto, non come due anni fa) e poi il treno per Verona. Il primo passava ogni ora e per la precisione alle 7.43. Ormai erano le 7 e ancora dovevamo recuperare i bagagli e fare il biglietto del treno. Se lo perdavamo dovevamo aspettare un’altra ora. Voglia zero, dopo i giri dell’oca che avevamo affrontato.
Finalmente l’aereo si muove e riusciamo a scendere.

Il primo impatto con la realtà italiana è avvenuto già nel corridoio dell’aeroporto. Più forte di una porta sbattuta in faccia. Il freddo pungente, i colori, la luce, il pavimento, i muri…tutto mi sembrava trasandato e spento, vecchio. E non sarebbe stato solo questo a scioccarci. Davanti a noi c’era molto altro.
C’era l’Italia che finchè ci vivi non la osservi, non ti accorgi di com’è. Ma quando la guardi con gli occhi di un turista si toglie ogni velo e mostra tutto di sé, nei pregi e nei difetti.

Questa però è una storia diversa, che riservo per un altro giorno. Ormai è tardi e mi aspetta un bel bicchiere di vino bianco cileno per togliermi dalla pelle i 36°C di oggi e per festeggiare, a modo nostro, l’Australia Day, anche se è stato ieri. E’ una celebrazione del popolo australiano e di questo paese, una festa che non sentiamo ancora nel cuore, ma che speriamo di poter definire “nostra” molto presto.
Quindi a questo brinderemo, al nostro futuro e all’Australia, un paese al quale vogliamo appartenere e che ci sta insegnando a non dare niente per scontato, neanche un semplice bicchiere di vino e una cena a lume di candela.

Condividi se ti è piaciuto!