La finestra sulla realtà

La finestra

La strada di un normalissimo quartiere australiano. Il sole accecante in fase di discesa e il cielo blu in fase di raffreddamento per la notte.

Una donna viaggia nella propria macchina assieme al marito e alla loro figlia di 16 mesi. La musica che proviene dalla radio è alta, stanno cantando a squarciagola e battendo le mani come pagliacci sotto anfetamine per far ridere il minuscolo essere umano alle proprie spalle.

Stanno tornando a casa dopo un giro pomeridiano domenicale. Sono felici, sono spensierati, si stanno divertendo e continueranno a farlo.

Passano un semaforo, superano una rotonda. Si muovono piano, lui è concentrato a guidare, e cantare, la donna oltre a cantare osserva fuori dal finestrino alla propria sinistra. Uno scenario che ha già visto centinaia di volte, il parcheggio dell’ospedale privato St John, l’ingresso alla struttura. Subito dopo un edificio che non aveva mai notato. O forse sì ma non aveva mai registrato l’informazione.

Un edificio nuovo, in contrasto con quello precedente. Una terrazza con sedie color cielo e arancio pastello. Ombrelloni. Ampie vetrate, la maggior parte chiuse da pesanti tende.

Poi una grande finestra dai vetri scintillanti colpisce la sua attenzione. La tenda è aperta e si vede chiaramente un letto perfettamente rifatto. Le sembra di intravedere dei macchinari medici.

Anche la finestra successiva mostra il proprio interno. C’è di nuovo un letto ma l’elemento principale è un’ampia poltrona che dà le spalle all’esterno, leggermente girata di lato.

La donna nota qualcuno seduto. Qualcuno con indosso una veste bianca. Qualcuno con i capelli molto corti.

Coglie di sfuggita la nuca e parte del profilo, la macchina si muove oltre e la persona rimane indietro.

La donna scopre poi le parole sul muro dell’edificio: Bendat Family Comprehensive Cancer Centre e capisce che quella persona seduta sulla sedia, con lo sguardo perso verso l’interno della stanza, era un paziente in cura per il cancro.

Procede avanti nello spazio con il corpo bloccato dalla cintura della macchina, mentre la sua mente rimane indietro a quell’istantanea ormai impressa indelebilmente. Quella poltrona. Quella sagoma.

Smette di cantare e inizia a farsi domande. Chi è quella persona. E’ un uomo o una donna? Non era riuscita a capirlo. Chissà se in quella stanza è da sola. Cosa sta fissando. Chissà, in quelle calde ore del pomeriggio, cosa sta aspettando. Se teme l’arrivo della sera, degli incubi, della impossibilità di dormire. Chissà se ha dolore, se è stanca, senza forze. Se i capelli corti sono per colpa delle cure. Cosa pensa guardandosi allo specchio. Scuote la testa mentre lo sguardo triste cade sul proprio volto emaciato? Chissà qual è la sua diagnosi. Se ha una fine vicina davanti a sé, se vede un orizzonte nero e senza vita nel vuoto di quella stanza. Chissà se le sue mani tremano quando ci pensa. Qual è l’intensità della sua tristezza e al contempo della sua forza interiore. Chissà se ha qualcuno che va a farle visita per distrarla e darle conforto. Se combatte. Se si è arresa.

La donna arriva a casa ma quell’immagine le lascia una triste impronta negli occhi e un sapore amaro nel palato. Guarda sua figlia mentre cammina spensierata verso i propri giochi. Guarda il suo compagno ridere. Guarda la sua pancia in crescita e sente i calci della figlia che arriverà tra pochi mesi. Si guarda attorno e vede la propria vita. Semplice, felice, in salute. Senza problemi.

Si chiede come ci si debba sentire quando il tuo corpo cede e tutto ciò che sai, conosci e hai crolla. Come puoi dormire la notte? Come puoi trovare l’energia mentale per alzarti dal letto al mattino? Come riesci a guardare i tuoi figli e l’amore della tua vita e trovare comunque la forza di sorridere?

Rimane in questo alone di tristezza per alcune ore e se lo trascina fino al giorno dopo, quando decide di mettersi al computer e iniziare a digitare sulla tastiera quello che ha visto. Condividere fa bene. Scrivere lascia un segno e un ricordo dell’istante che ha vissuto dalla macchina.

Il suo pensiero è rivolto a tutte quelle persone che non conosce e che sono sedute su una poltrona di una camera d’ospedale, con le spalle al mondo. A tutte quelle persone che stanno combattendo per la propria vita, per un motivo o per l’altro.

Nonostante si senta malinconica e vorrebbe andare ad abbracciare ognuno di loro, quasi spera di ripassare davanti all’edificio e trovare un’altra finestra con le tende aperte. Di farsi catapultare ancora lì dentro, per essere ancora più grata di quello che ha qui fuori. Per ricordarsi di non dare nulla per scontato.

Quell’istantanea mentale è il mezzo per tenerla con i piedi per terra e apprezzare quello che ha, veramente. Quella è la sua finestra sulla realtà.

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