L’Australia ci ama

Australia
 Questo è un estratto dal libro "La Storia di un'Immigrata allo Sbaraglio" , il capitolo si intitola "L'Australia ci ama" e gli episodi raccontati si sono svolti a Gennaio 2013. Dopo due anni di vita australiana siamo tornati in Italia per le vacanze di Natale e nel racconto stiamo ripartendo per tornare in Australia.

Arriva il giorno della partenza, di nuovo. Questa volta dico ciao ciao ai miei genitori senza sapere quando li avrei rivisti. Mio papà ci saluta a casa, preferisce così per stare meno male.

Mia mamma ci accompagna al negozio dove lavorano due dei miei tre fratelli. Il terzo l’abbiamo salutato la notte prima, dopo una serata fuori tutti insieme, e il più grande ci avrebbe accompagnato in macchina fino a Venezia, dove avremmo preso l’aereo.

Abbraccio forte sia l’altro fratello che mia mamma e mi spezza il cuore vederla piangere e nascondersi il viso tra le mani. Si volta in fretta.

Saliamo in macchina con il cuore pesante e affrontiamo i chilometri fino all’aeroporto. Il volo sarebbe stato molto semplice questa volta. Venezia – Doha e Doha – Perth. Come bere un bicchiere d’acqua.

Arriviamo al check-in della Qatar Airlines, aiutati da mio fratello. L’hostess ci fa notare che non abbiamo fatto il check-in online.

E’ vero, ce ne siamo proprio scordati. Che strana cosa. Di solito siamo super attenti quando viaggiamo.

Ci avvisa che per la prima tratta non ci sarebbero stati problemi, mentre per la seconda, la più lunga, non avremmo avuto il posto l’uno vicino all’altro.

Il cuore mi salta in gola.
Sono 11 ore di volo, che palle farmele da sola.

Chiediamo se non ci sia proprio la possibilità di essere messi vicini ma ribadisce che non può fare nulla. Ci consiglia, una volta saliti sull’aereo a Doha, di chiedere ad un’hostess e cercare di trovare qualcuno disposto a spostarsi.
Non è impossibile, il mondo è pieno di gente disponibile.

Pesa poi le valigie e: “No, no. Avete superato il peso massimo, dovete alleggerirle.
Avevamo voluto rischiare ed è anche per quello che c’è mio fratello lì accanto, per dargli le eventuali cose da lasciare giù. Spalanchiamo i bagagli e iniziamo a selezionare e a spostare di nascosto un po’ di peso nei bagagli a mano. Li ha già pesati e speriamo non voglia ricontrollarli.
Siamo dei furbetti, lo so. Non si devono fare queste cose.

Riproviamo a pesare e questa volta ci dà il via libera.

Ci allontaniamo con i biglietti, mangiamo qualcosa insieme e poi è il momento di salutare mio fratello. Vedo i suoi occhi lucidi e non mi aspettavo di vederlo così dispiaciuto per la nostra partenza. I suoi occhi colpiscono qualcosa dentro di me e lo spezzano.

Ci abbracciamo forte e appena si allontana mi volto e mi metto in fila per il primo passaggio di controllo. Non riesco a trattenermi e scoppio in lacrime silenziose. Non sono per me. Sono per loro, per i miei fratelli.

Perché rimangono lì.

Li lascio in un paese che non riconosco più. Un paese che non sta dando loro le opportunità che meriterebbero. Nessun futuro.

Invece io me ne sto andando. Mi sento come se li stessi abbandonando e dovessi fare di più per loro. Soprattutto dopo aver visto le possibilità che l’Australia ha da offrire.

Mr Big è dietro di me e si accorge solo parecchi minuti dopo che ho il volto pieno di lacrime. Mi stringe forte e cerca di consolarmi, anche se vedo che pure lui sta facendo fatica a trattenersi.

Superiamo i raggi X e ci avviamo verso il gate. Prendiamo un caffè mentre cerco di combattere contro la sensazione di impotenza e tristezza che mi sale dallo stomaco. Le lacrime scendono senza controllo.
Sono triste, una tristezza diversa dalla prima volta, due anni prima.

Saliamo sull’aereo e ci sediamo. Lascio il posto finestrino a Mr Big perché con i dolori che mi vengono alle ginocchia preferisco avere meno problemi nel caso in cui decida di alzarmi. Alla mia destra si siede un signore gigante e baffuto, che trasborda mezzo corpo nel mio sedile. Mi scanso un po’ e mi avvicino a Mr Big. Sono solo 5 ore e mezza di volo, riuscirò a conviverci.

L’aereo decolla e anche questa volta non riesco a trattenere le lacrime.

Sarà sempre così?

Il pensiero che il volo successivo di 11 ore lo passerò seduta lontana da Mr Big mi rattrista ancora di più.

La prima tratta fila liscia come l’olio, un paio di volte mi ritrovo con i gomiti del signore in bocca, mentre mangiamo, ma per il resto tutto ok.
Atterriamo a Doha in piena notte, giriamo un po’ per l’aeroporto in attesa del volo successivo e decidiamo di provare ad andare all’info point della nostra compagnia aerea per la questione dei posti.

Mentre camminiamo dico a Mr Big che se avessimo intenerito un po’ l’hostess magari ci sarebbe venuta incontro. Gli propongo di giocare la carta del ‘siamo in viaggio di nozze’. Non puoi separare due sposini, devono stare vicini.

Lascio parlare lui perché se la cava sempre meglio di me ad inventare questo genere di storie. L’hostess però ci dice che non si può davvero fare niente, i sedili sono già stati assegnati, l’unica cosa da fare è chiedere appena saliti sull’aereo.
Sì, sì, ci hanno già detto questa cosa.

Così arriviamo al gate, ci ritroviamo in fila con una miriade di australiani, bambini urlanti, giovani backpacker e ho già il sentore che sarei finita proprio vicino a quello lì, quello che mastica la chewing gum rumorosamente e senza riguardo.

Sudorini freddi.

Passiamo i controlli e ci sediamo.
Lasciamo passare la maggior parte della gente, che pian piano viene trasportata verso l’aereo con dei bus navetta.

Decidiamo di alzarci e di metterci in fila.
Arriviamo davanti all’hostess, allunghiamo i passaporti e i biglietti che passa poi sotto un raggio laser magico. Sentiamo uno strano suono e ci chiede:
Lei è Mr Big?
“Sì”
E sta viaggiando con Mrs Immigrata allo Sbaraglio?
“Si”
Ho una fantastica notizia per voi, siete appena stati spostati in Business Class!

Oh mio Dio.

Il vuoto nella mia testa.

Buona luna di miele!

Sorridiamo come due ebeti, la ringraziamo, ritiriamo i nostri nuovi biglietti e proseguiamo.

Ci fermiamo dopo pochi metri, ci voltiamo l’uno verso l’altro e iniziamo a ridere e ad abbracciarci. Io ovviamente piango pure un po’. Assurdo come poche ore prima stessi piangendo di tristezza e ora invece di gioia.
Scuotiamo la testa e non ci crediamo.

Business Class.

Gratuita.

Siamo in uno stato semi-confusionale, davvero non possiamo crederci.

Saliamo sulla navetta insieme a parecchie altre persone. Li guardo e penso che saranno seduti tutti stretti e ammassati, noi invece proprio no.
Per una volta no.

Il bus navetta si ferma davanti alla scala della porta posteriore dell’aereo, vengono fatti scendere tutti tranne i sottoscritti e una coppia con una bambina piccola.
Per noi è riservato l’ingresso dalla porta anteriore.
Risatine scemine nella mia testa.

Saliamo le scalette ed entriamo in Business Class, veniamo accompagnati ai nostri posti e sono strabiliata da quanto belli sono. Sono più grandi dello spazio che avevo per dormire quando studiavo a Milano.

Mentre mettiamo via i nostri vergognosamente pesanti e luridi bagagli a mano, ci chiedono se vogliamo qualcosa da bere.

“Champagne please!”

Ovvio.

Mi siedo e ammiro tutto ciò che mi circonda. Non riesco a trattenermi e i miei occhi continuano a diventare lucidi.
Ci portano i bicchieri e brindiamo.
“A noi e all’Australia, un paese che ci ama e ci vuole con sé”.

Durante il decollo, comodamente avvolta dal mio morbido e gigantesco sedile, continuo a pensare che stiamo tornando a casa, la nostra.
Che le cose sarebbero cambiate e avremmo iniziato un nuovo percorso.

Il viaggio fu una favola e non lo dico tanto per dire.
I sedili si trasformavano in letti veri e propri.
Le cuffie per poter sentire l’audio dei film erano spaziali, gli schermi enormi.
Il cibo che ci servirono era paradisiaco, per non parlare del vino che abbiamo naturalmente bevuto.

Fu magico, incredibile, favoloso.

La cosa stupefacente era che il giorno successivo avremmo ripreso a pulire i cessi.
In quel momento però eravamo circondati dal lusso e trattati come re.
L’ironia della vita.

Quando l’aereo iniziò la sua discesa verso Perth discutemmo del fatto che in quelle condizioni avremmo potuto continuare a viaggiare fino a Los Angeles. Non volevamo scendere.

Assaporai ogni secondo ed ogni istante di quelle undici ore, che volarono letteralmente.

Passammo la dogana, ritirammo i bagagli e con un taxi ci avviammo verso casa. Era pomeriggio e la temperatura a Perth era altissima.

Scendemmo dalla macchina, recuperammo le valigie e camminammo verso l’ingresso di casa.
Tutto ci sembrava strano e surreale. Entrambi avevamo la sensazione di essere appena arrivati in vacanza.

Il sole, i colori, l’azzurro del cielo, il caldo.
Erano abbastanza per farci sentire infinitamente felici di essere tornati.

Entrammo nella nostra capanna, ci sedemmo sul divano e con un sospiro iniziammo a fissare fuori dalle finestre.
Davanti a noi ci aspettava un nuovo percorso. Il cambiamento, la realizzazione concreta di tutto quello che avevamo fatto e osato fino a quel momento.
Un misto di agitazione ed emozione.

Eravamo pronti ad affrontarlo.
Perché eravamo tornati al nostro posto, quello giusto.

 Estratto dal libro "La Storia di un'Immigrata allo Sbaraglio"

2 Comments

  • Ciao Immigrata allo sbaraglio mi ritrovo esattamente in tutto quello che hai provato in aeroporto a Venezia. L’ho provato la prima volta che son partito con mia moglie e mio figlio di 5 anni e questo Natale 🎄 ora lo siamo venuti a passare in Italia e mi ritroverò tra tre settimane a salutare di nuovo i miei genitori non sapendo se li rivedrò ancora visto che il prossimo lo pianificheremo in 4-5 anni. Partenza da Venezia, destinazione Brisbane, Townsville..
    Grazie di sapere che qualcun altro prova le mie stesse emozioni..
    In Australia siamo naturalmente felici ma un pezzo grosso del ns cuore sta qua tra Padova e Bassano del Grappa

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