Di attesa e paura – Gravidanza 2.2

Una merda. Possiamo dirlo online? Il terzo trimestre è stato una merda. E un po’ un incubo. Ma anche una mezza barzelletta. Una di quelle raccontate da qualcuno che proprio non è capace e che non fa ridere, che ti lascia “blah???”.

A livello fisico ho continuato ad avere il mio caro amico dolore alla cintura pelvica, anche se devo ammettere che rispetto al secondo trimestre non è stato così male. A lui si sono aggiunti altri tipi di dolore, sempre al bacino, all’inguine e al pube. E a tutta la zona bassa della schiena. Per girarmi nel letto la notte (cosa che accade circa 100 volte, senza esagerare), devo chiamare ogni volta un carro attrezzi. Fa male, male male male. Ieri notte mi svegliavo per i lamenti che uscivano dalla mia gola mentre mi giravo, giusto per far capire.

E sempre parlando di notti, questi ultimi mesi sono stati caratterizzati da fiumi in piena di sudore notturno incontrollato. E anche in questo caso non esagero. Sto parlando di svegliarsi completamente ricoperta di sudore dalla testa ai piedi. Orecchie e dita comprese.

Sto parlando di risvegli simili a questo: due di notte, mi sveglio per chissà quale motivo (sono incinta, è normale), sono su un fianco perché a pancia giù è impossibile e a pancia in su mi sembra di avere un masso appoggiato agli organi vitali. Perciò, sono su un fianco e sento la guancia bagnata. Allungo la mano e capisco che ci sono rivoli di sudore che originano da dietro la mia testa e scivolano lungo il collo per finire sul lato della mia faccia.

Sto parlando di cuscini fradici, lenzuola bagnate, solco in mezzo alle tette che potrebbe diventare un nuovo bacino idrico di Perth.

Sto parlando di acqua che esce da ogni poro della mia pelle (soprattutto testa e collo) a prescindere dalle temperature. Mr Big dorme con due coperte e io sono sempre mezza nuda e fradicia. Che tra l’altro, la fortuna che sto avendo con questa estate australiana. Mai avuto un’estate così fresca in 7 anni che viviamo qua. Davvero che fortuna perché se no non so come sarei potuta sopravvivere.

Già che parliamo di notti, aggiungiamo il solito fastidiosissimo risveglio per fare la pipì, circa 3/4 volte a notte. E anche, altra novità: appena vado a letto mi si chiudono le narici. Di giorno nessuno problema, di notte maremma maiala non respirerei neanche se potessi trapanare il naso. E io con la bocca non so respirare, ma davvero non riesco. Mi dà fastidio sentirne il suono, mi innervosisco (questa non è la gravidanza che parla, sono io che sono un po’ cucù con i rumori). Il risultato è che ci metto anche parecchio per addormentarmi, nonostante sia stanchissima.

Ok, basta con le notti. Di giorno è arrivato a farmi visita il conosciutissimo “heartburn”, acidità di stomaco. Così, quando vuole lui, apparentemente a prescindere da cosa io abbia mangiato o bevuto, anche se ho notato che caffè e succo fresco d’arancia sono un bel “no no no”, ma non ci vuole neppure un genio per capirlo, sono acidi. Però dai, nell’ultimo periodo sembra andare meglio, anche se ora che l’ho detto probabilmente tornerà a fondere il mio esofago con lava vulcanica.

Poi, costipazione, questa fantastica creatura che mi è stata alla larga per buona parte della gravidanza e che mi è venuta a trovare proprio per gli ultimi mesi, peggiorando quando ho iniziato a prendere integratori di ferro perché sono carente. Non starò qui a raccontarvi il peggior episodio accaduto perché se no mi fanno chiudere il blog. E’ parecchio scabroso e disgustoso e in realtà anche parecchio serio. Sono stata talmente male che ho temuto di finire in ospedale. Penso che quello sia stato il peggio che mi sia mai accaduto in entrambe le gravidanze. Forse il peggio che mi sia mai accaduto in tutta la vita a livello di salute.

Conseguenza della costipazione = emorroidi ne abbiamo? Oh sì, ne abbiamo. Talmente dolorose che non riuscivo a camminare senza sentire lame taglienti perforarmi il deretano. Sedermi impossibile. Stare sdraiata e avere tra le chiappe preservativi riempiti di acqua e successivamente congelati (geniale, vero?) era l’unica cosa che ho potuto fare per due giorni. Oltre ad applicare chili di apposita crema. E io che pensavo che le emorroidi che mi sono venute dopo il parto di Keira fossero state terribili. Macché. Bazzeccole al confronto.

Altro? Mi sembra di no. Cose belle del terzo trimestre: la mia pelle è morbida anche senza crema, i capelli mi sono cresciuti super veloci dopo un taglio non andato esattamente come avevo previsto, vado in spiaggia con la mia bella pancia in vista senza doverla tenere in dentro come faccio quando non sono incinta.

Poi, non so se rientra tra le cose brutte o belle, ma dato che nelle brutte c’è già troppo, la metterò qui: la bambina a volte è talmente bassa che se appoggio la mano sul pube sento la sua testa, o mano, muoversi. Yes, dietro al pube. E’ un po’ inquietante lo ammetto, ma significa che è vicina all’uscita, e questo è un bene. Con Keira non ho mai vissuto una cosa del genere: fino alla settimana prima del parto la piccola scimmietta era a testa in sù e poi è scesa proprio quando sono entrata in travaglio.

Onestamente penso sia tutto tra le cose belle. Voglio specificare che, esagerazione e ironia a parte, ci sono stati e ci sono tutt’ora momenti in cui devo davvero stringere i denti per non far uscire lacrime di dolore. Sono esausta di avere costantemente male e non è piacevole neppure per chi mi sta attorno vedermi soffrire così. L’unica cosa che mi fa andare avanti è che so che tutto finirà presto. Neanche so più cosa significhi muoversi liberamente, camminare senza dolore, girarmi da sdraiata senza fitte, prendere in braccio Keira senza pugnalate alla schiena.

Voglio anche dire che non tutte le gravidanze sono così, nei racconti dei tre trimestri ho spiegato quello che è successo a me. Ci sono donne a cui tutto fila liscio e vivono una gravidanza senza sintomi, solo gnomi e fate turchine. Le invidio un sacco, e non sono una che solitamente invidia le altre persone.

Ora cambiamo tono e lasciate che vi racconti delle complicazioni che abbiamo avuto negli ultimi due mesi. Dal 1° Gennaio in poi tutto ha iniziato ad andare a rotoli. Dopo i primi giorni del 2018 passati con svariati sintomi di pre-travaglio (quando ci passi già una volta sai riconoscerli al volo), decisi di chiamare la mia midwife per chiedere consiglio sul da farsi. Ai tempi ero a 30 settimane, mancavano ancora 10 settimane al termine. Mi suggerì di andare all’ospedale per farmi controllare, e così feci.

Mi misero sotto monitoraggio per controllare la bambina e le contrazioni che stavo avendo. Fecero un test per vedere quali probabilità avessi di entrare in travaglio nelle settimane successive e risultò positivo. In sostanza avevo una maggior probabilità di partorire prima della settimana 34 rispetto ad un risultato negativo. Nulla di certo, solo più probabilità. Mi diedero qualcosa per calmare le contrazioni e fecero la prima iniezione di steroidi per aiutare i polmoni della piccola a svilupparsi più in fretta, nel caso fosse nata prematura.

Volevano tenermi in osservazione per due notti ma decisi di rifiutare e di andare a casa. Abbiamo la fortuna di vivere a quattro minuti di macchina dall’ospedale e sapevo che in caso di peggioramento della situazione sarei potuta essere lì in pochissimo. Non potete immaginare che brutta sensazione tornare a casa da sola in macchina, di notte, sapendo che c’era la possibilità che la bambina nascesse così presto. Gambe strette e vagina serrata a forza.

La mattina tornai per fare un’ecografia e per controllare la bambina. E qui è arrivata la seconda brutta notizia nell’arco di nemmeno 24 ore. La placenta è attaccata nella parte bassa dell’utero, vicino alla cervice. La posizione “normale” e ideale di attacco della placenta è nella parte alta dell’utero. Per chi non lo sapesse (molti immagino), la cervice in pratica è il passaggio di uscita dall’utero verso la vagina. E’ quella parte del corpo che deve dilatarsi fino a dieci centimetri per permettere il passaggio del bambino durante il parto. In quel momento la placenta si trovava ad una distanza di 5 millimetri dalla cervice, ovvero appiccicata.

Questa condizione si chiama placenta previa e comporta diversi rischi sia per la madre che il bambino, soprattutto durante il travaglio e dopo la nascita. La ragazza che mi fece lo scan non fu proprio delicata: quando vide la vicinanza della placenta alla cervice saltò fuori con la frase “non credo proprio potrai partorire vaginalmente, avrai bisogno di un taglio cesareo“. Io, che già ero scossa alla possibilità di avere una bambina prematura, crollai senza ritegno. E naturalmente i giorni in cui crolli e piangi disperata sono propri i giorni in cui ti sei messa il mascara.

Ci spiegarono che c’era la possibilità che la placenta, seguendo la crescita dell’utero, si spostasse più in alto nell’arco delle settimane successive. Per poter partorire vaginalmente all’ospedale sarei dovuta arrivare ad una distanza di almeno 2 centimetri dalla cervice. Era l’unica speranza che avevamo: che si spostasse abbastanza. Prenotammo così un altro ultrasound per la settimana 34.

Il mese di Gennaio fu eterno. A causa del rischio che la bimba potesse nascere troppo presto dovetti rallentare parecchio i miei ritmi, sia di lavoro sia a livello fisico. Passai un sacco di tempo sdraiata, cercando di non fare troppi sforzi per non far partire sfilze di contrazioni. Contammo assiduamente il passaggio di ogni settimana, sapendo che ogni numero in più ci avvicinava al limite di sicurezza per la sua nascita, almeno 36 settimane. Non volevo nascesse con un taglio cesareo e non volevo venisse subito portata via per essere messa nell’unità di terapia intensiva neonatale. Mi sentivo dilaniare alla sola idea. Penso sia lo svantaggio di essere già una madre, forse se fosse successo con la prima gravidanza l’avrei vissuta in un altro modo.

Ogni minima contrazione, ogni segnale, mi spaventavano ed ero pronta a correre in ospedale in un battibaleno, data anche la situazione incerta con la placenta. Fu estenuante e angosciante. In mezzo a tutto questo buttateci anche i vari sintomi che ho descritto all’inizio dell’articolo e capirete perché ho detto che a volte è sembrato più un incubo, che una gravidanza.

Alla settimana 34 tornammo per fare l’ecografia. Una buona notizia: la placenta si era spostata un pochino, 6 millimetri. La distanza dalla cervice era di 1.1 centimetri. Non ancora abbastanza ma comunque era un risultato incoraggiante. Durante lo scan però saltò fuori qualcos’altro. Qualcosa che non voglio scrivere e che, se sarà e se me la sentirò, scriverò solo dopo che la piccola sarà nata. Fu la terza notizia nel giro di 4 settimane che mi sbatté letteralmente a terra. Onestamente neppure credevo che stesse davvero succedendo tutto quello. C’erano troppe cose incerte, troppe cose che non andavano per il verso giusto. Piansi svariate volte nei giorni successivi, nonostante cercassi di concentrarmi solo sulle cose positive e nonostante sperassi che tutto si risolvesse nel migliore dei modi.

Strisciando psicologicamente, arrivammo alla 36esima settimana di gravidanza e, miracolosamente, ci arrivammo senza che la bimba nascesse. Ci è voluto un po’ per realizzare che quel pericolo fosse passato, che un parto prematuro fosse ormai fuori dal nostro radar. Ancora adesso sono incredula, in realtà.

Un enorme sollievo e, per me, la possibilità di riprendere a muovermi e a fare cose senza dover chiedere costantemente aiuto. Questa è stata decisamente un’altra sfida: farsi aiutare, chiedere, stare tranquilla e ferma, non camminare troppo, non sforzarsi troppo. Io che non chiederei aiuto neppure in punto di morte (beh dai, qui sto esagerando). Nonostante il male che mi affligge ossa, legamenti e nervi, ho ripreso a fare una vita normale e questo aiuta parecchio a livello mentale.

Sempre a 36 settimane tornammo per l’ultima ecografia, nuovamente sul lettino di un ospedale e nuovamente a farmi fare uno scan interno. Questa volta la placenta risultava nella stessa identica posizione: 1.1cm dalla cervice. Zero movimento.

Non ci potevo credere. Ci avevo sperato davvero tanto, ero convinta che saremmo riusciti ad arrivare a 2 centimetri, che avrei potuto partorire normalmente. Purtroppo a questo punto della gravidanza c’erano davvero poche probabilità che la placenta si potesse spostare ancora, soprattutto perché nel mio caso è attaccata alla parte posteriore dell’utero, quella che cresce di meno.

Uscii dalla stanza di nuovo in lacrime. Lo so che siamo fortunati a vivere in una società dove c’è la possibilità di avere certi tipi di operazioni, che ci sono donne che muoiono di parto perché non hanno accesso a quello a cui abbiamo accesso noi, ma per me l’idea di un cesareo è terrificante. E’ una grossa operazione che comporta svariati rischi. Non è il modo naturale di far nascere un bambino, viene estirpato a forza dalla tua pancia, e dopo la bellissima esperienza di nascita che ho avuto con Keira ci tenevo a replicare, anzi…a fare meglio, la seconda volta. E poi, il recupero. Ho già una bambina di 18 mesi e dovermi riprendere da un’operazione del genere significa non poterla prendere in braccio, non poter giocare con lei, non poterle dare quello che di solito le dò. E’ triste.

Subito dopo l’ecografia parlammo con una dottoressa, ci spiegò varie cose e specificò che un taglio cesareo era altamente raccomandato nel mio caso. Così fissò la data per il 6 Marzo, quando sarò a 39 settimane. Prima di lasciarci andare si assentò per andare a consultarsi con il suo medico-capo e tornò dicendoci di ripresentarci dopo una settimana (ovvero venerdì scorso) per discutere con lui della possibilità di provare un parto naturale anche con la placenta così vicino alla cervice. La cosa lasciò tutti (me, Mr Big e la mia midwife, che era lì con noi), parecchio perplessi e confusi. Le linee guida dell’ospedale erano chiare: almeno 2 centimetri di distanza dalla cervice. Non capivamo bene la situazione ma l’unica cosa che potevamo fare in quel momento era, di nuovo, aspettare.

Appena arrivata a casa mi fiondai a fare ricerca nel magico (e a volte pericoloso) mondo di Dr Google. Sembra che in alcuni paesi (l’Australia ufficialmente non è tra questi) permettano a certi tipi di donne, in salute, senza complicazioni durante la gravidanza e altri fattori, di provare a partorire vaginalmente anche con una distanza della placenta dalla cervice compresa tra gli 1.1 e i 2 centimetri. Ovviamente vengono tenute sotto stretta osservazione sia durante che dopo il parto e, in caso di complicazioni, c’è la sala operatoria pronta per loro.

E così dopo un’altra lunga settimana di attesa ci incontrammo con il dottore in questione. Ci spiegò meglio alcuni dettagli, le complicazioni, mi visitò, controllò le immagini dell’ultima ecografia, e dopo aver detto che per lui la soluzione migliore e meno rischiosa fosse il taglio cesareo (ovvio, sono le linee guida dell’ospedale), mi chiese se volessi provare a partorire naturalmente dato che le mie condizioni erano favorevoli. Ci avevo già pensato parecchio durante la settimana e non esitai a dire di sì. Avrei chiesto di farlo anche se lui non fosse stato d’accordo, alla fine nessuno ti può obbligare a fare nulla, ma avere il suo consenso scritto e sapere di avere l’appoggio del team che sarà in ospedale al momento del parto, fu un bel sollievo.

Mi metterei qui a spiegarvi per filo e per segno tutti i dettagli medici (alla fine sono e rimarrò sempre una laureata in biotech, affascinata dalla scienza e dalla medicina), ma mi mandereste a quel paese. Perciò in sunto quello che rischio è di avere una bella emorragia durante il travaglio, un possibile prolasso della placenta, e dopo l’uscita della bimba rischio di avere sempre un’emorragia per l’impossibilità della parte bassa dell’utero di contrarsi e fermare la perdita di sangue causata dal naturale distacco della placenta. Questo può accadere anche durante un cesareo, ma in quel caso è facile perché sei già mezza sventrata, vedono subito se c’è un’emorragia e te la cuciono in un attimo. Quando partorisci vaginalmente è un altro discorso. Per questo dovrò essere tenuta sotto osservazione anche subito dopo la nascita e, nel caso di perdita eccessiva di sangue, dovrò essere portata in sala operatoria. Caso estremo? Non riescono a fermare l’emorragia e devono togliermi l’utero. Caso iper estremo? La morte ma, voglio dire, anche no, dai.

Ecco quindi, non molto in sunto, cosa è accaduto in casa Immigrata allo Sbaraglio negli ultimi due mesi. Non sono stati facili, per nulla, e i dolori fisici che ho non hanno aiutato la situazione. Speravo tanto di vivere questa gravidanza meglio della prima, in realtà è andata gran peggio ma non ci posso fare nulla. Mi sono rassegnata ad accettare quello che è successo e sta succedendo. Ogni volta che ci veniva data una brutta notizia la reazione più naturale ed istintiva è stata lasciarsi prendere dall’ansia e dalla paura. Fortunatamente sono una persona che razionalizza molto e, dopo aver processato le informazioni e averle lasciate sedimentare, ho ripreso avanti tutta con quanta più positività potessi tirare fuori.

Non mi sembra vero poter provare ad avere un parto vaginale quando alla maggior parte delle donne, nel mio caso, viene prenotato un cesareo e non viene loro offerta una soluzione alternativa. Sono molto fortunata ad aver incrociato per caso un medico che ha voluto proporre una cosa del genere altrimenti martedì prossimo, 6 Marzo, sarei andata in ospedale per farmi tagliare.

Finirà come finirà, nelle ultime due settimane ho fatto pace con me stessa e quello che vorrei. Sono tranquilla e sapere che un cesareo non è inevitabile, mi aiuta ad approcciarlo in modo diverso. Se finiremo a farlo è perché davvero non ci sono altre alternative. Ci sono momenti in cui non vedo l’ora che finisca tutto, altri in cui cerco di godermi questi ultimi istanti prima della fine e del nuovo inizio.

Ovviamente un po’ di paura ce l’ho. Ho già partorito una volta e tutto è filato liscio come l’olio, questo mi dà molta sicurezza e mi fa sentire confidente in quello che mi aspetta e come lo so gestire. Il problema sono le complicazioni che potrebbero esserci e sulle quali non ho controllo, il fatto che potrebbe accadere tutto in velocità ed emergenza, il fatto che abbiamo anche Keira da gestire e senza famigliari qui vicino le cose sono più complesse. Per fortuna abbiamo una lista di selezionati contatti che si sono resi disponibili a darci una mano, sia di giorno che di notte, e credetemi che quando si vive all’estero la riconoscenza per un gesto del genere è davvero immensa.

Gli ultimi tre giorni sono stata peggio del solito, il dolore alla schiena, all’inguine e al pube sono stati fortissimi, così come sono state forti le contrazioni e i crampi alla pancia. Probabilmente è il corpo che si sta preparando. Oggi sono a 38 settimane e due giorni, esattamente le settimane e i giorni in cui sono entrata in travaglio con Keira. Non so se la nuova piccola vorrà copiare la sorella e arrivare tra oggi e domani. Per come stanno andando le cose secondo me vuole fare tutto diversamente e non mi sorprenderebbe se arrivassimo a superare la data ufficiale di nascita. Sarebbe il colmo dopo la paura che abbiamo avuto di un parto prematuro a 30 settimane.

Va beh, nascerà quando sia lei che il mio corpo saranno pronti. Nel frattempo stringo i denti e mi godo le notti “normali”, tra alzate per la pipì, fiumi di sudore e carro attrezzi per girarmi.

Ci siamo quasi e il peggio è alle spalle. Questo è quello che conta, adesso.

 

1 Comment

  • Pensa positivo, accetta con amore tutto quello che accade, a volte la razionalità peggiora la realtà.
    Sono certa che andrà tutto per il meglio! Ascolta la tua bambina e pensa solo ad esssere pronta per lei! In bocca al lupo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.